Pneumologia Policlinico Bologna S. Orsola Malpighi

 
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Il reparto di Pneumologia e Terapia Intensiva Respiratoria dell'Ospedale Policlinico S. Orsola - Malpighi di Bologna, situato in via Massarenti 9, ha come Direttore il Dott. Stefano Nava. Il reparto consta di una sezione di Terapia Intensiva con 7 posti letto ed assistenza medica 24 ore/24, di un Reparto di Degenza con 32 posti letto, di Day Hospital Pneumologico e degli ambulatori Divisionale di Pneumologia, di Allergologia e di Endoscopia toracica centralizzata. Fanno parte dell'equipe medica i dottori Brighi N., Carbonara P., De Benedictis E., Fabiani A., Fasano L., A., Galati P., Guerrieri A., Pacilli M.G., Paganelli G.M., Prati M.R., Rocca A., Tavalazzi F.


Recensioni dei pazienti

5 recensioni

Voto medio 
 
4.6
Competenza 
 
4.8  (5)
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4.6  (5)
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4.4  (5)
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Servizi 
 
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Ringraziamento a staff medico e infermieristico

Desidero ringraziare e testimoniare pubblicamente l'ottima qualità di servizio del reparto pneumologico dall'ospedale Sant'Orsola Malpighi, tutto lo staff medico e infermieristico è composto da "angeli sorridenti", tra cui ne spicca uno alto due metri.
Si attende l'esito definitivo della broncoscopia per stabilire il trattamento farmacologico.

Patologia trattata
Infezione polmonare.


Voto medio 
 
3.0
Competenza 
 
4.0
Assistenza 
 
3.0
Pulizia 
 
2.0
Servizi 
 
3.0

INFEZIONI

La terapia intensiva respiratoria del Sant’Orsola è cupa, maltenuta, davanti all’ingresso scatoloni e sacchi di plastica. Nella stanza centrale le postazioni di numerosi infermieri, medici e operatori che spesso parlano e scherzano a voce alta; su questo locale si aprono le porte delle camere dove i 7 pazienti sono ricoverati in gravi condizioni, a volte moribondi. Mio marito- ex paziente oncologico guarito nel 2009 dal cancro al polmone destro - nel gennaio 2016, all’età di 67 anni, vi è stato ricoverato circa 4 mesi per aspergillosi polmonare (un fungo che può annidarsi nei polmoni operati). Proveniva da un altro reparto, dove in un mese non erano riusciti a curarlo.
Oltre a flebo, catetere urinario ed ossigeno, aveva un drenaggio al polmone destro e ha diviso per 40 giorni la stanza con un’altra persona; se ne sono alternate circa una decina, per lo più gravissime, intubate, tracheotomizzate, con in corpo numerosi aghi ed il catetere vescicale, a volte sottoposte a lunghissime dialisi. Almeno due di queste sono morte di fianco a lui.
Ho notato che spesso gli infermieri entravano già con i guanti, se le mascherine cadevano a terra non venivano pulite, e lo stesso per i tubi delle flebo e dell’ossigeno. Tutti, medici compresi, nel corso della visita estraevano i cellulari, vi parlavano, e poi riprendevano le attività sanitarie senza cambiarsi i guanti.
Dopo diversi giorni ho chiesto perché mio marito stava ricevendo nuove flebo ed una trasfusione, e mi è stato riferito che nel loro reparto aveva contratto 2 infezioni batteriche, una di queste era la klebsiella pneumoniae, l’altra non mi è stata menzionata, ma ho poi appreso che si trattava dell’acinetobacter baumanii, che gli aveva procurato una polmonite con febbre. Tutti minimizzavano la gravità del contagio, dicendo che reagiva bene agli antibiotici; inoltre i medici hanno sempre sostenuto che le condizioni generali miglioravano e che l’aspergillosi guariva; è stato però trasferito in una camera singola.
Per due volte gli hanno applicato un catetere venoso centrale, in entrambi i casi esso si è presto infettato procurandogli setticemia con febbre a 40. Tre tentativi di trasferirlo in normali reparti di degenza sono falliti, con rientro in terapia intensiva dopo pochi giorni per gravi crisi polmonari e sepsi. In uno di quei reparti ho parlato con un infettivologo, ed ho appreso che le malattie ospedaliere contratte da mio marito erano gravissime, resistenti agli antibiotici, e non c’era speranza di guarigione. Procuravano polmoniti e setticemie e potevano esserne ridotti i sintomi solo con farmaci ad alto dosaggio, che davano gravi effetti collaterali. Nessuno mi aveva fino ad allora informato di questo.
A quel punto mio marito respirava grazie all’ossigeno, non camminava più, stava qualche minuto su di una sedia solo se sollevato dai terapisti, aveva piaghe da decubito e non muoveva la mano destra perché una arteria era occlusa dalle infezioni polmonari; comprendeva quello che stava accadendo, era quindi molto depresso ed in ansia per le proprie condizioni.
Visto che mangiava pochissimo -ma per le infezioni non potevano continuare la nutrizione parenterale- i medici hanno deciso di applicargli la PEG, un tubo conficcato in permanenza nello stomaco per somministrargli nutrimento liquido; lo hanno convinto perché era sfinito. Temevo che l’intervento, da effettuarsi in sala operatoria con anestesia, fosse pesante, ma mi hanno rassicurata: è un interventino, dura solo mezz’ora, viene fatto ai bambini, si può togliere in qualsiasi momento…
Il giorno dell’operazione lo hanno tenuto a digiuno dal mattino, dicendogli che lo avrebbero presto operato: quando lo ho visto alle 12.00, era spaventatissimo. Prelevato nel pomeriggio, è rientrato verso le 20.00 in evidente stato confusionale. Io lo aspettavo dalle 17.30 (orario di visita dei parenti), nessuno sapeva in che sala operatoria si trovasse e se vi fossero state complicazioni. Ho poi appreso da un medico che era stato operato per ultimo perché era infettato dalla klebsiella e rischiava di contagiare gli altri pazienti. Procedura discriminatoria, che fa dubitare della sterilità delle sale operatorie del Sant’Orsola.
Successivamente è stato trasferito per 4 mesi in altre strutture, dove ancora si sono manifestate le infezioni, poi di nuovo nella terapia intensiva respiratoria del Sant’Orsola. Durante questo ultimo ricovero, dopo la somministrazione di farmaci pesantissimi, ha subito un grave attacco di cuore, è stato intubato per 3 giorni, e a causa dell’intubazione orotracheale anche le condizioni dei polmoni sono peggiorate.
Abbiamo allora richiesto che, dopo tante sofferenze, potesse essere dimesso e stare finalmente in pace visto che le terapie erano ormai inutili e peggioravano soltanto le condizioni, anche psicologiche, del paziente.
Quindi le dimissioni definitive: per più di 3 mesi è rimasto nella nostra abitazione, dove è morto il 31 dicembre 2016.

Patologia trattata
Aspergillosi polmonare.
Voto medio 
 
5.0
Competenza 
 
5.0
Assistenza 
 
5.0
Pulizia 
 
5.0
Servizi 
 
5.0

Grazie Prof. Nava

Consiglio a tutti il Prof. Nava, un "medico" nel vero senso del parola, estremamente preparato in pneumologia e dotato di grande umanità e disponibilità.

Patologia trattata
Polmoniti ricorrenti.


Voto medio 
 
5.0
Competenza 
 
5.0
Assistenza 
 
5.0
Pulizia 
 
5.0
Servizi 
 
5.0

Grazie per la magnifica assistenza

Circa un anno fa a mia mamma di 85 anni è stata diagnosticata una insufficienza della valvola aortica.
Il prof. Gallier di Cardiologia ci disse che bisognava operarla e ci suggerì il Dr. Marco di Eusanio, che sebbene l'intervento fosse molto difficile si sentiva in grado di operarla. Mia mamma era già stata operata nel 2003 per lo stesso problema nello stesso ospedale dal Prof. Di Bartolomeo, con ottimi risultati, per cui noi avremmo voluto farla rioperare da lui; ma tutti ci dissero che se ci avevano suggerito il Dr. Di Eusanio dovevamo andare da lui (d'altronde lui aveva accettato di fare l'intervento, mentre altri non l'avrebbero accettato ritenendolo troppo rischioso). Il prof. Gallier e il Dr. Di Eusanio ci dissero pure che bisognava operarla in fretta, il più presto possibile. Tutti noi eravamo molto spaventati da questo intervento, ma convinsero prima noi e poi lei che era necessario; io volevo essere presente quando le chiedevano l'autorizzazione, ma non me lo permisero, e anche se lei non si voleva operare, il prof.Gallier riuscì a convincerla. Dissero che valeva la pena di rischiare anche se era anziana perchè aveva tutti gli organi e gli apparati in buono stato; in realtà dagli esami preliminari risultava che lei aveva un'insufficienza respiratoria di media entità e quindi i polmoni non erano in buono stato, ma noi questo non lo sapevamo.
Il 13 giugno fu operata dal Dr. Marco Di Eusanio: un intervento di 6 ore. Dopo una notte in terapia intensiva fu subito messa in reparto in semintensiva: lei era sudata e aveva la febbre e fu messa nel letto di fianco a un condizionatore che sparava aria fredda, cosicchè dal lato di mia mamma la stanza era gelata. Dopo l'intervento aveva sempre la fibrillazione atriale: i medici ci dissero che era normale. Notammo che stava male ed era molto gonfia - nessuno sembrava averlo notato - e lo dicemmo agli specializzandi (erano gli unici medici presenti in reparto, gli specializzati probabilmente erano in sala operatoria): loro le fecero degli esami e notarono che effettivamente "c'era aria nella cavità toracica". Dopo pochi giorni le tolsero i drenaggi; si vedeva che lei stava sempre peggio e non riusciva a stare sveglia: ci dissero che dovevamo tenerla sveglia e non lasciarla dormire.
Dopo circa 7 giorni dall'intervanto fu reintubata d'urgenza e riportata nell'Intensiva cardiochirurgica del Prof. Frascaroli per un edema polmonare; ci dissero poi che la sua sonnolenza era in realtà dovuta al fatto che il sangue era saturo di CO2 e quindi lei stava andando in coma.
In Intensiva cardiochirurgica dopo poco fu stubata; ma dopo pochi giorni fu reintubata perchè - così ci disse il medico - subito dopo averle dato da mangiare l'avevano stesa per cambiarla, cosicchè lei aveva avuto un reflusso di cibo che era finito nella vie aeree, e questo aveva provocato una polmonite "ab ingestis". Poi mia mamma fu nuovamente stubata e restò in Intensiva per circa 15 giorni. A questo punto ci dissero che siccome aveva una polmonite, pensavano di trasferita in Pneumologia; invece dopo poco fu riportata in semintensiva cardiochirurgica.
In Semintensiva Cardiochirurgica fu messa in una stanza con un altro paziente molto grave, che aveva la febbre alta e dei problemi grossi respiratori, non si sa di che tipo. I medici ci dissero che ora il problema di mia mamma era che aveva molto catarro nei polmoni e bisognava farglielo "buttar fuori". I fisioterapisti del reparto le facevano fare poco o niente; solo per qualche giorno venne una fisioterapista bravissima, dal reparto di fronte del Prof. Pinna, che le fece fare molta ginnastica respiratoria. Mia madre stette qui molti giorni e le sue condizioni peggioravano sempre di più: aveva la saturazione dell'O2 bassa, dei tremori alle braccia e delle allucinazioni, le andavano sempre cibo e acqua di traverso nelle vie aeree e dopo tossiva e stava male. Noi non capivamo cosa succedesse ed eravamo molto preoccupati. In Semintensiva non c'era la C-PAP (ventilazione forzata) con cui l'avevano spesso curata in intensiva, quindi lei smise di colpo di farla.
Alla fine di luglio parlai col Dr. Savini e gli dissi che se non l'avessero trasferita in pneumologia, avremmo fatto causa al reparto di cardiochirurgia; il giorno dopo la trasferirono. Le condizioni di mia mamma erano ormai gravissime.
Appena arrivati in Pneumologia la misero subito in Intensiva: il Prof. Nava e la sua equipe fecero venire vari specialisti a visitarla - cardiologo, neurologo, fisiatra, logopedista - e ci dissero che aveva un'edema polmonare e che la situazione era molto grave: da quel momento la alimentarono col sondino nasogastrico per evitare che bevande e cibo le andassero di traverso, le cambiarono i farmaci (riuscendo a toglierle la tachicardia e la fibrillazione atriale) e le fecero vari cicli di C-PAP. Dopo una decina di giorni mia mamma miracolosamente si riprese, ma ci dissero che ormai era fragilissima. A questo punto il problema polmonare era risolto, per cui decisero di trasferirla nel reparto di riabilitazione del S.Orsola-Alberoni dalla Dr.ssa Miccoli.
Nel reparto di Riabilitazione del S.Orsola-Alberoni mia mamma fu messa da sola in una stanza senza più essere monitorata, in isolamento siccome nel frattempo in ospedale si era presa la Klebsiella (al H S.Orsola già nell'estate del 2011 c'era un 'epidemia di Klebsiella). Le tolsero subito il cerotto che le proteggeva la pelle sull'osso sacro dalle piaghe da decubito (in effetti non ne aveva ancora) dicendo che loro lavoravano sui decubiti laterali. Non lavorarono sui decubiti laterali e dopo 3 giorni le venne una piaga da decubito. Noi cercavamo di non lasciarla mai sola perchè gli infermieri erano pochi e non entravano quasi mai nella sua stanza, e il reparto era deserto, soprattutto la notte e il fine settimana. Mia mamma era prostrata e non era in grado di suonare il campanello per chiamare aiuto cui io, mia sorella e mio papà ci davamo il turno di giorno, e avevamo pagato una signora perchè stesse con lei la notte. La fisioterapista Cristina e la logopedista Carla furono sempre bravissime e affettuosissime con mia mamma. Dopo poco riscontrarono che mia mamma aveva una forte anemia e le fecero una trasfusione di sangue.
Domenica 4 settembre arrivai in H: mia sorella che era lì dalla mattina disse che nella stanza non era entrato nessuno del personale. Mia mamma tremava e ci disse che aveva freddo; nella stanza c'erano circa 30 gradi perchè l'aria condizionata era spenta. Misurai la febbre a mia mamma: aveva 39. Erano le h 18, nessuno le aveva misurato la febbre fino a quel momento. Corsi a dirlo al medico di turno, fecero subito vari prelievi e io pretesi un elettrocardiogramma (non lo volevano fare perchè sostenevano che "non c'erano gli estremi"). Cominciarono a farle la terapia antibiotica e lunedì 5 la febbre scese di poco; la dr.ssa Miccoli disse che probabilmente era un'infezione dovuta al catetere vescicale e ritenne che non era il caso di chiamare l'infettivologo. Il giorno dopo la febbre salì, fu chiamato l'infettivologo e lui fece cominciare a mia mamma una terapia antibiotica molto pesante. Il prof. Nava e i suoi collaboratori continuarono a seguire mia mamma e vennero a visitarla; Il cardiochirurgo che l'aveva operata, Marco Di Eusanio, non si faceva vedere già da molto tempo.
Giovedì 8 settembre tolsero il sondino nasogastrico a mia mamma per farle un esame; io restai con lei tutto il giorno, poi nel pomeriggio andai a casa a mangiare. Arrivai in H verso le h 17 mentre stavano portando mia mamma in sala operatoria per metterle un catetere venoso per l'alimentazione: nessuno mi aveva avvisato, sebbene io avessi ripetutamente chiesto ai medici del reparto di avvisarmi per qualunque aggravamento di mia mamma e per qualunque suo problema. Mi mamma stava molto male ed era molto spaventata. La sera le aggiunsero un altro antibiotico molto pesante; nessun medico mi aveva spiegato che cosa stava succedendo, per cui lo chiesi al medico di turno per la notte: mi disse che quel pomeriggio erano arrivati i risultati delle emoculture ed era risultato che mia mamma aveva una batteriemia da stafilococco aureo ed enterococco. Era gravissima.
Venerdì 9 il prof. Nava e la sua equipe accettarono di riprenderla nella loro intensiva perchè loro l'avevano curata molto bene ed erano affezionati a lei. La batteriemia non rispose agli antibiotici e divenne setticemia.
Mia mamma è morta il 14 settembre 2011 dopo un calvario di 3 mesi.

Patologia trattata
Postumi di intervento di re-sostituzione della valvola aortica.
Voto medio 
 
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Competenza 
 
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Assistenza 
 
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Pulizia 
 
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Servizi 
 
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un reparto davvero "professionale"

Ho assistito alle varie comunicazioni che i medici danno ai parenti dei pazienti, ed ho ritrovato un mondo di gentilezza e cortesia ,di termini chiari , parole confortevoli e giuste per ogni caso; voglio segnalare che in questo reparto si respira la dedizione e la professionalità per la cura dei degenti. Marinella Murgia



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