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Peggio della malattia, “l’Eccellenza”
Dopo una diagnosi tardiva di endometriosi al quarto stadio, mi sono affidata al Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, convinta – come tante – di rivolgermi a un centro di eccellenza.
Alla prima visita mi fu prescritto un progestinico. Dopo un anno, alla visita di controllo, pur non accusando più alcun dolore grazie alla terapia, mi venne detto che l’intervento era necessario. Accettai fiduciosa nella convinzione che l’iter terapeutico proposto fosse parte di un percorso di cura che sarebbe dovuto essere, a loro dire, con altissima probabilità risolutivo.
L’intervento di eradicazione durò quasi 10 ore. Fu estremamente invasivo e comportò il confezionamento di una stomia.
I due mesi successivi furono segnati da un’assistenza post-operatoria, soprattutto telefonica, inadeguata e incapace di gestire problematiche prevedibili e serie.
Ma ciò che accadde dopo fu, e tuttora è, per me inaccettabile.
Il giorno previsto per l’intervento di ricanalizzazione, senza alcuna visita di controllo preventiva, senza spiegazioni, senza che io firmassi alcun consenso informato, eseguirono su di me una laparoscopia non concordata per intervenire su una deiscenza vaginale già in via di guarigione.
Sono stata operata da un chirurgo che non vidi mai, né prima, né dopo l'intervento. Non so chi abbia preso quella decisione, né quando, né sulla base di quali valutazioni cliniche.
Arbitrariamente è stata fatta una scelta senza il mio consenso che ha portato a danni irreparabili.
Da quel momento un girone infernale: nell’arco di una settimana ho subito altri due interventi in urgenza. Perforazioni e resezioni intestinali, fistola retto vaginale, parestesia alla mano sx, atelettasia polmonare, appendicectomia e confezionamento di altra ileostomia.
Per un totale di quattro interventi demolitivi in due mesi.
Appena ho potuto, ho lasciato questa struttura e mi sono rivolta ad un altro ospedale, dove, dopo un anno di controlli costanti e assistenza continua, sono riusciti a tirarmi fuori dal buco nero nel quale questi “grandissimi professionisti” della medicina e della cura della donna, mi avevano gettata.
Oggi vivo con danni permanenti: addome deformato da ernie, diastasi e cicatrici, dolori cronici quotidiani, disfunzioni intestinali e dell’apparato genitale, dolori diffusi, e un impatto psicologico profondo e costante.
Non ho ottenuto nessuna guarigione dalla malattia, ma solo un peggioramento radicale della mia qualità di vita. Ad oggi, sempre in attesa di un intervento mirato a contenere i danni che mi hanno arrecato in sala operatoria.
A chi si trova nella mia stessa situazione dico: fate estrema attenzione. Non lasciatevi abbagliare dalla parola “eccellenza”. Informatevi, fate domande, pretendete trasparenza, pretendete di essere messi nelle condizioni di scegliere in modo adeguato. Il consenso informato non è una formalità: è un diritto fondamentale.
Quello che è accaduto a me non può e non deve essere normalizzato.
Perché nessuno dovrebbe uscire da un percorso di cura con più danni di quelli con cui è entrato.
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