Dettagli Recensione

 
Ospedali e case di cura a Bari
Voto medio 
 
5.0
Competenza 
 
5.0
Assistenza 
 
5.0
Pulizia 
 
5.0
Servizi 
 
5.0

Dal codice verde al codice rosso

Sono una cittadina russa e risiedo a Bari da 10 anni. In questo periodo non ho avuto molte occasioni di confrontarmi con la sanità italiana, anche perché qui è tutto a pagamento, persino con il ticket (motivo per cui visite preventive ed esami approfonditi sono quasi impensabili). Avendo la possibilità di tornare ogni anno a Mosca, svolgo lì in 2-3 settimane tutti i controlli, esami e visite specialistiche in modo totalmente gratuito.
Verso la fine di agosto ho iniziato a sentirmi molto male, attribuendo inizialmente la cosa al caldo anomalo di quest'anno. Per quasi una settimana ho avuto nausea intermittente e inappetenza. A tre giorni dalla richiesta di aiuto, la nausea è diventata costante, accompagnata da febbre subfebbrile, totale assenza di appetito e perdita del gusto. Bevevo pochissimo perché rifiutavo persino l’acqua e non mangiavo da giorni. Capendo che la situazione era seria, lunedì 31 agosto ho chiesto a mio marito di portarmi al Policlinico di Bari.
Al Pronto Soccorso l'impiegato dell'accettazione, vedendo che stavo male, mi ha subito fatta sedere vicino al bancone e ha chiamato un'infermiera. Quest'ultima, dopo aver ascoltato i miei sintomi, mi ha domandato con sorpresa perché fossi venuta lì invece di andare dal medico di base (che tra l'altro quel giorno non lavorava). Poi mi ha chiesto se avessi preso la Tachipirina per la febbre, rimanendo quasi incredula del fatto che non avessi assunto questo farmaco per via autonoma. Essendo io stessa un'infermiera, so perfettamente che la febbre subfebbrile non va abbassata con gli antipiretici e che non ci si deve mai autocurare senza una diagnosi e il parere di un medico.
L'infermiera mi ha poi rilasciato un tagliando con codice verde e mi ha detto di andare in una stanza per registrarmi, parlando così rapidamente e con noncuranza che non ho capito nulla, per poi sparire subito dopo. Per fortuna, una guardia giurata donna ha notato il mio smarrimento e mi ha gentilmente accompagnata. In quella stanza, un'altra infermiera, con tono freddo e distaccato, mi ha rifatto le stesse identiche domande: perché fossi lì e perché non fossi andata dal medico di base. Ho spiegato che stavo malissimo, che era un'emergenza e che avevo bisogno almeno di una flebo. A quel punto mi ha risposto che in tal caso avrei dovuto attendere almeno 7-8 ore.
Dire che sono rimasta scioccata è dire poco. Mi sono sentita ancora peggio. Ho provato a spiegarle che non potevo aspettare così tanto, che avevo bisogno di un aiuto immediato, ma lei ha chiamato la persona successiva, facendomi capire che dovevo lasciare la stanza perché non aveva tempo da perdere, aggiungendo che se avessi deciso di aspettare avrei dovuto riaffacciarmi da lei. Nella sala d'attesa non c'era nemmeno un posto a sedere libero: ho dovuto appoggiarmi al muro per non cadere a terra per la debolezza. Ho chiesto a mio marito di portarmi subito in un altro ospedale. Abbiamo deciso di andare alla Mater Dei.
All'accettazione della Mater Dei, l'infermiere mi ha subito invitata a entrare e a sedermi, ascoltando con grande attenzione tutti i miei sintomi e registrandomi immediatamente. La sala d'attesa era fresca, confortevole e con molti posti liberi. Nonostante ci fosse gente e avessi un codice verde, l'attesa è stata breve: dopo soli 20-30 minuti sono stata chiamata per la visita. Mi hanno subito fatto un ECG e i prelievi del sangue, chiedendomi di attendere i risultati. Poco dopo mi hanno portata a fare una radiografia al torace e poi mi hanno somministrato una flebo. Già a metà della flebo la nausea è scomparsa del tutto.
Appena terminata l'infusione, mi hanno portata d'urgenza a fare una TC addome. Dopo un'altra breve attesa, la dottoressa mi ha comunicato che avevo bisogno di un ricovero immediato e che il mio caso era diventato un codice rosso. È emerso che avevo un'epatite acuta e, dai risultati delle analisi, i miei valori delle transaminasi superavano la norma di ben cento volte. È stato uno shock, volevo tornare a casa almeno per la notte, ma due medici mi hanno spiegato che non potevano lasciarmi andare via poiché vi era un imminente pericolo di vita, al pari di un infarto, e che bisognava iniziare subito la terapia.
Ho accettato di restare. Dopo la notte passata al Pronto Soccorso sotto flebo, sono stata trasferita in Gastroenterologia. Poiché non c'erano posti nelle camerate comuni, sono stata sistemata in una camera singola con aria condizionata, dove ho trascorso l'intero periodo delle mie 3 settimane di degenza. Ogni giorno ricevevo una terapia intensiva con 4 flebo al giorno e controlli ematici quotidiani, finché i miei valori non sono rientrati in sicurezza.
Oltre alla terapia medica, un ruolo fondamentale nella mia rapida guarigione lo ha avuto l'atteggiamento caloroso, umano e protettivo del personale sanitario, sia dei medici che delle infermiere. Per tutti i giorni della degenza non mi hanno mai lasciata sola. In questo ospedale lavorano davvero persone che possiedono le qualità fondamentali per chi sceglie questa nobile professione: compassione, attenzione, calore umano ed empatia. Rivolgo un grazie immenso a tutto il personale della Mater Dei: ognuno di loro mi ha regalato un pezzo della propria anima, lasciando un segno indelebile nel mio cuore.

Patologia trattata
Epatite acuta.
Tipo di trattamento chirurgico e/o farmacologico ricevuto
Terapia farmacologica intensiva per via endovenosa (flebo).
Esito della cura
Guarigione totale

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