Dettagli Recensione
Mi hanno salvato
Se oggi posso scrivere queste parole, è grazie a voi.
Sono stato ricoverato per un mese nel reparto di Pronto Soccorso e Medicina d’Urgenza dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma, per una grave infezione con sepsi. Un mese nel quale ho avuto paura, ho sofferto e ho dovuto affidare agli altri anche le cose più semplici e intime della mia vita.
Oggi sono qui a raccontarlo. E sento il bisogno di dare un nome alla mia gratitudine.
Cristina, Manuela, Greta, Chiara, Janet, Marco, Serafino, Daniele: gli operatori sociosanitari che mi hanno assistito.
Mariagrazia, Barbara, Francesca, Veronica, Rossella, Teresa, Antonio, Stefano, Giuseppe, Matteo, Donato, Claudio, David: le infermiere e gli infermieri che si sono presi cura di me.
Ricordo i vostri nomi perché, per un mese, siete stati i miei angeli custodi. E se qualche nome oggi mi sfugge, chiedo scusa: la mia gratitudine comprende ciascuno di voi.
Quando non riesci a lavarti, a cambiarti, a provvedere ai tuoi bisogni, devi consegnare a persone fino a poco prima sconosciute tutta la tua fragilità. È difficile spiegare cosa significhi essere pulito, anche dei propri escrementi, con una delicatezza che non ti fa sentire un peso. Le vostre mani e la naturalezza dei vostri gesti hanno protetto la mia dignità nei momenti in cui mi sentivo più vulnerabile.
Mi avete accudito come si accudisce qualcuno di famiglia. A sessantacinque anni mi sono ritrovato ad aver bisogno di cure che ricordano quelle di un genitore. Porterò dentro di me, per tutta la vita, il rispetto e la tenerezza con cui me le avete date.
E poi gli infermieri: quel continuo andare e venire, di giorno e di notte. Una flebo da controllare, una somministrazione che finisce e un’altra da iniziare, una chiamata a cui rispondere, un dolore da ascoltare. Dietro ciascuno di questi gesti ci sono attenzione, competenza e responsabilità. Dal letto di un ospedale impari quanto contino. Impari a riconoscere le persone che entrano nella tua stanza e a sentirti meno solo quando le vedi arrivare.
Ho visto quanto sia estenuante il vostro lavoro. Ho visto la pazienza necessaria per assistere anche chi si rivolge a voi con durezza, insofferenza o poco rispetto. E vi ho visto continuare a prendervene cura.
La sofferenza può renderci impauriti, nervosi, difficili. Ma a chi esprime disprezzo verso chi lo assiste vorrei chiedere di fermarsi un momento e domandarsi con quali parole e con quale atteggiamento si sia rivolto a quelle persone. Anche loro si stancano, anche loro possono essere ferite. Meritano rispetto mentre lavorano, oltre alla gratitudine quando torniamo a casa.
Da parte mia, ho cercato di farvi sentire ogni giorno quanto apprezzassi ciò che facevate. In quel rapporto di fiducia è nato un legame umano che ancora oggi faccio fatica a descrivere.
Credo che un lavoro così impegnativo meriti una retribuzione ben più alta. La passione e l’umanità che ho ricevuto da voi meritano anche un riconoscimento concreto, adeguato alla fatica e alla responsabilità che sostenete.
Ringrazio il primario, dottor Mirante, la dottoressa Bartoletti, viceprimario, e tutti i medici che hanno seguito il mio percorso.
Un pensiero particolare va alla dottoressa Sonny, a Cristina e Manuela presenti nella notte del 5 ottobre: una notte che non dimenticherò. Ripensandoci, sento che forse, senza il loro intervento, oggi non sarei qui a scrivere.
Questa recensione nasce dal desiderio che chi legge sappia che cosa siete stati per me. In un mese di paura e fragilità mi avete curato, accudito e accompagnato fino al ritorno a casa.
Ora posso riprendere la mia vita, stare con le persone che amo e scrivere queste righe. In tutto questo ci siete anche voi.
Grazie per avermi salvato la vita. E grazie per la dignità e l’affetto con cui ve ne siete presi cura, ogni giorno.
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