Otorinolaringoiatria Ospedale Monaldi
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Parente del paziente
Un anno fa la nostra vita si è fermata.
La diagnosi: tumore all'epiglottide.
All'inizio c'era una possibilità concreta: l'intervento chirurgico. Il dottor Tortoriello ce lo propone. Viene fatta una biopsia, ma mio zio, si esalta, va in escandescenza prima dell'anestesia. Per questo motivo il GOM decide di non operarlo. Non perché non fosse operabile, ma perché era stato troppo agitato prima di addormentarsi.
Da lì cambia tutto.
Il dottor Tortoriello ci dice che, insieme al GOM, hanno pensato alla radioterapia. Ci dice apertamente che non aveva mai trattato prima un paziente come lui con questa modalità. E aggiunge una frase che oggi pesa come un macigno:
"Se non ti chiamano per la radioterapia, io ti opero".
Parlava di un intervento parziale, non demolitivo.
Un'alternativa reale esisteva.
Noi ci fidiamo. Ci fidiamo al punto da scegliere anche la strada privata pagando le radio terapia, perché quelle persone ispiravano fiducia a mio zio. Fiducia che gli è costata la vita.
Viene avviato il trattamento: 33 sedute di radioterapia e 7 di chemioterapia.
L'oncologa che lo seguiva era Antonia Silvestri.
La radioterapia viene eseguita sotto la guida di Cesare Guida.
Fin dalle prime sedute il suo corpo inizia a bruciarsi.
Letteralmente. La pelle, i tessuti, tutto sembrava consumarsi. L'edema diventa devastante, al punto da non riuscire più a respirare. Gli fanno una tracheotomia. A quel punto gli viene proposto il cerotto di fentanyl, come a un malato terminale, mentre a noi veniva detto che "doveva reagire".
Ma come poteva reagire, se nessuno si parlava?
L'oncologa non si interfacciava con gli altri medici.
Nessuna visione d'insieme, nessuna vera presa in carico.
Per mesi non lo fanno mangiare. Mesi di fame, di dolore, di umiliazione. Portandogli via la dignità.
Quando ormai ci parlano di togliere la laringe, dicendo che non funzionava più, sono io a convincerlo a tentare un'ultima strada: Vittorio Veneto, dal primario Andy Bertolin.
Ed è li che la verità viene a galla.
Gli rifanno la biopsia. Provano a rialimentarlo.
E mio zio ricomincia a mangiare.
La sua laringe funzionava. Funzionava benissimo.
Inizia a riprendere peso. Otto chili. Otto chili di vita che tornava.
Ci dicono chiaramente che il tumore non c'era più.
C'erano solo i danni della radioterapia. Solo quelli. Ed era su quelli che bisognava combattere.
Gli chiudono la tracheotomia. Respirava da solo.
Stava bene.
Aveva ripreso in mano la sua vita.
Per due mesi abbiamo vissuto un sogno.
TAC negative. Nessuna traccia di malattia.
Dovevamo solo fare controlli di routine. Era tutto in discesa. Era pulito.
Poi, una sera, senza preavviso, la carotide cede.
In mezz'ora se ne va.
In mezz'ora finisce tutto.
Non c'era nulla da fare.
La carotide è ceduta per un effetto collaterale tardivo della radioterapia violenta che aveva subito. Una radioterapia che aveva bruciato il tumore, sì, ma aveva continuato a bruciare anche dopo. Aveva bruciato la carotide. Silenziosamente.
Mio zio non è morto di tumore.
È morto per le conseguenze di una terapia fatta nel modo sbagliato.
Tutto è finito per la nocività della radioterapia, perché non è stata eseguita come avrebbe dovuto.
La radioterapia esclusiva non è una terapia da usare con leggerezza: dovrebbe essere riservata a casi terminali, non a chi aveva ancora una possibilità reale di vivere.
E quella possibilità gli è stata tolta.
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